Note critiche / Critics

La grande pittura è quella che si richiama alla tradizione, come dato esemplare di una storica stagione, che appartiene al nostro immaginario, in tutta la sua molteplicità, riferita all’esigenza di lasciare traccia di una esistenza bisognosa di simboli, segni, di marcatura del proprio passaggio, tra un prima e un dopo che sono il nulla, di cui ci danno misura le narrazioni scritte e orali, le immagini retoriche del potere e dei sepolcri, i reperti della cultura materiale.
L’arte è tutta (e sempre) in opposizione, speculare al passaggio del tempo, con un suo specifico modo di essere astrazione da un contesto dinamico e innalzamento ad idolo di un hic et nunc, dell’attimo che diventa eternità, attraversamento della cronologia in favore di una simbologia dell’essere che travolge ogni divenire.
Da questo punto di vista, l’opera d’arte diventa una garanzia di immortalità, nel raccoglimento di uno sguardo, di un paesaggio, di un oggetto, in una forma che durerà quanto l’opera, quindi molto di più di ogni attimo fuggente, anche se nessuno si può più sottrarre dall’imperio della grande produzione, che obbliga ad una esposizione di sé, nel sistema della moda, in cui la bellezza si è fatta ammiccante, disponibile al sogno erotico di ogni segreto angolo del sé.
Il volgere dei volti femminili di Andrea Caruso, colti nelle pose più diverse e imprevedibili, ogni tanto è inframmezzato da presenze maschili, ma senza che il registro della loro affermazione sia costretto a cambiare, nel tocco, nella cromatica, nell’atmosfera, nel tutto in cui vengono stabiliti, senza mai apparire frammenti casuali della disperazione del fare, ma pagine di una sequenza in cui l’imprevedibile della pagina successiva è una componente organica del ritmo dell’originalità, che non è mai ossessione a ripetere, ma gioioso confrontarsi col canto plurale della bellezza.
L’apparenza viene colta come versione singolare, come parola colorata e disegnata della giovinezza alchemica che nell’hic et nunc è data dal trucco, dall’abbronzatura e da tutta una cosmetica che oggi è vestimento del volto e del corpo, tanto quanto lo sono gli abiti, che non devono essere più vestimenti coprenti, ma allusioni alla trasparenza, all’evidenza.
Andrea Caruso è arrivato a questo traguardo da una anabasi che parte da lontano, dai suoi esordi, in cui i corpi, stilizzati e omologati come pupi di una rappresentazione infantile si muovevano senza volto, senza espressione, in uno spazio sordo, per un continuo processo di arricchimento di particolari, di densità, di espressioni, da messa in posa fotografica, fino a giungere alla sua attuale fase alessandrina, con una ricchezza di definizione, fatta di particolari, di sfumature, insomma di una differenza che è una indagine immaginaria e psicologica nello stesso tempo, in un controcanto alla compattazione alienante e consumistica, fatta con un sottile tocco pittorico.
Dipingere volti vuol dire entrare nel cuore della visività, vuol dire sfidare la strategia degli sguardi, mossi da verità o da un intento d’inganno, di vera simulazione e di vera dissimulazione, per cui si corre il rischio di diventare una rotella dell’ingranaggio della massa, del rumore, della macchia. Ma se si riesce ad uscire dall’ottica dell’incanto e della riverenza, come è il caso di Andrea Caruso, si entra nel gioco vero e proprio con un ruolo alla pari, da manipolatore dell’invenzione, quindi da rivelatore delle nevrosi e delle ossessioni di questi giorni riottosi, in cui il sesso molto più della sensualità è al centro della scena. I volti femminili sono tutti compresi da un sorriso accattivante, dall’espressione di una finta disponibilità all’amore e ad una affabilità di modi, mentre si tratta di comprendere se il filone ermeneutico non è rimasto troppo contagiato e danneggiato dalla reattività del materiale che Andrea Caruso ha scelto, ha selezionato dalle migliaia e migliaia di immagini della strategia di consumo, il cui sorriso è stato venduto ad una seduzione alienante, quella che traspare dalla carta patinata della rivista di turno come sesso visivo a pagamento.
I volti di Andrea Caruso si inseriscono, così, in un vasto movimento contemporaneo del comunicare con immagini, tutti i sapori della vita e soprattutto le rappresentazioni ultime, in una raccolta di piacevolezza personale, di dialogo con la bellezza e con la giovinezza, in una atmosfera sempre solare e luminosa, senza lasciarsi mai irretire da una sensualità morbosa o degradata, pornografica, come spesso capita oggi alle allusioni sessuali, quando represse deviate diventano mostruosità ed orrore.
Forse, in questo, guidato da una sua visione dell’universo femminile, Andrea Caruso, ci porta per mano, nel nostro tempo, fra le cose che tutti noi vediamo, ma che spesso ci appaiono come transuenti, mentre così vengono fermate in icone senza nome e senza identità, ma pur sempre presenti al richiamo di accostamenti del video a schermo spento come acceso, rispondenti a nomi come Jessica, Su Ellen, Jennifer, Topanga, La Toja, in cui al maschile rispondono Kevin, Bruce, Elvis, Sandokan, in una conta che potrebbe essere infinita, ma noi preferiamo interromperla e spostarci dall’altra parte.
Il suo provenire inventivamente, genealogicamente, dall’ottica della fotografia e della frequentazione dell’orbita dei mass-media, gli conferisce una incredibile presenza, un’attualità che ha l’aspetto atmosferico di una grande freschezza, che Andrea Caruso percepisce e fa sua, con i tagli, le inquadrature, le accentuazioni di toni e di colori, con cui l’artificialità diventa emblema della passione artistica post-moderna, quindi post-ideologica.
Nell’architettura cromatica, estetistica, costruttiva, del volto, si coniuga anche il mito dell’eterna giovinezza, che viene da lontano, dall’Eden dei nostri progenitori, si è stampato nella virginia giovinezza della donna, madre della nostra civiltà ed è consacrato da tutti i media, come emblema dell’esserci e del restare sempre con il fascino, con la bellezza, con l’immortalità simbolizzata da una essenzialità di ritmo e di armonia.
Francesco Gallo
Critics
Major painting refers to tradition as the specimen of a historical season - which is part of our imagination in all its variety, concerned with the need to leave traces of an existence in want of symbols and signs marking its passage from the past to a future which are equal to Nothing, as witnessed in written and oral narrations, in rhetorical images of power and sepulchres and in the artefacts of material culture.
Art is entirely (and always) placed in specular opposition to the passing of time, being in its specific way an abstraction from a dynamic context and an idolisation of the moment, here and now, which turns into eternity, and at the same time a crossing point of chronology paving the way to a symbology of the being which sweeps any changes away.
From this point of view, a work of art is a guarantee of immorality, holding the concentration of a glance, a landscape, an object, into a form which will last as long as the work of art. Therefore much longer than the fleeting moment, although nobody can escape the urgency of large production forcing an exposure of oneself in the system of fashion, where beauty has become alluring, and available for the erotic dream of the most secrets parts of the self.
The turning of Andrea Caruso's women faces, captured in many different and unpredictable poses, from time to time is interchanged with a masculine presence, but the register of their statement is never due to change in the touch, or in their chromatics, not even in the atmosphere and the whole in which they are placed. They never appear as random fragments of a creating despair; they look, instead, like the pages of a sequence where the unpredictable following page is an organic component of the rhythm of originality. There is no obsessive repetition, but a joyful competition with the multi-voiced chant of beauty.
Appearance is seen as a single version, as a coloured and patterned word belonging to an alchemic youth, here and now, born by the make-up, the sun-tan and a whole range of cosmetics that nowadays represent the vestments of faces and bodies, such as clothes which are no longer meant to be covering vestments, but allusions to transparency and evidence.
Andrea Caruso achieved this result by moving from the far-off anabasis of his beginnings, when stylised and homologous bodies, more similar to pupi - the Sicilian puppets -, moved as if in a childlike performance within a dull space without faces and expression. Then through a continuous process of enrichment of details, density and expressions like in a photographic pose, he arrived at his present Alexandrine phase, marked by plenty of definitions, details and shadings, making with a subtle pictorial touch a difference which is, at the same time, an imaginary and psychological survey, in a counter-melody to the alienating compactness of consumerism.
Painting faces means entering into the heart of the sight, it means challenging the strategies of glances, whether they are driven by truth or want to deceive, or truly simulate and truly dissimulate. Here the risk is to become a wheel of the mechanism of the mass, the noise or the stain, although if one is able to escape from the perspective of the enchantment and veneration, as happens with Andrea Caruso, one really becomes involved in the play, on equal terms, as a manipulator of the manipulation, therefore as the one who reveals the neurosis and obsessions of our boisterous days, where sex much more than sensuality stands in the middle of the stage.
All women's faces have a charming smile, the expression of a pretended will to love and a kindly demeanour; the question is whether the hermeneutic course has been too contaminated and jeopardised by the reagent of the material Andrea Caruso chose and selected among thousands and thousands of images from the consumerist strategy, where smiles are sold to an alienating seduction, the one peeping out of the glossy paper of a magazine, like visual sex for payment.
In this way the faces painted by Andrea Caruso are part of a vast contemporary movement where images communicate all flavours of life, especially its ultimate representations in a collection of personal delights, and in a dialogue with beauty and youth, always sunk in a bright, light atmosphere, without ever being trapped by a morbid, degraded, or pornographic sensuality, as often happens nowadays with sexual allusions, when repressed and deviated they become horrible monstrosity.
Perhaps, led by his own vision of the feminine world, Andrea Caruso brings us hand in hand inside our time among the things we all see, but which often appear to us transient, while in this way they are held in icons without a name or identity, but still present when matched with the images from the video, with the screen switched on or off. They answer to the names of Jessica, Su Ellen, Jennifer, Topanga and La Toja, and the masculine names Kevin, Bruce, Elvis and Sandokan in an almost never ending sequence, but we prefer to stop and move on to something else.
The fact that Andrea Caruso by creativity, and genealogically, comes from the perspective of photography, together with his acquaintance with the mass-media allows him to be incredibly present and current. All this takes the form of a great atmospheric freshness that Andrea Caruso feels and makes his own with angles, perspectives, accentuations of shades and colours, whose artificiality becomes the token of a post-modern, and therefore post-ideological artistic passion.
The chromatic, aesthetic and constructive architecture of faces merges as well with the myth of eternal youth, that comes from far away, from the Eden of our first progenitors, and was clasped in the virginal youth of Our Lady mother of our civilisation, and is hallowed by all mass media as the emblem of the being, with the fascination, beauty and immortality epitomised by an essential
rhythm and harmony.
Francesco Gallo
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